Presidente Thomas S. Monson
Primo consigliere della Prima Presidenza
Pensiamo alla nostra chiamata, riflettiamo sulle nostre responsabilità, stabiliamo qual è il nostro dovere e seguiamo Gesù Cristo nostro Signore.
Uno dei miei più vivi ricordi è quello di quando partecipavo alla riunione del sacerdozio come diacono appena ordinato e cantavo l'inno di apertura: «Venite, voi tutti figli di Dio che avete ricevuto il sacerdozio».
1 Questa sera ai presenti, qui in questo magnifico Centro delle conferenze, e a quanti si trovano nelle cappelle di tutto il mondo, voglio comunicare lo spirito che anima questo bell'inno e dire:
Venite, voi tutti figli di Dio che avete ricevuto il sacerdozio; pensiamo alla nostra chiamata, riflettiamo sulle nostre responsabilità, stabiliamo qual è il nostro dovere e seguiamo Gesù Cristo nostro Signore.
Anche se siamo diversi per età, per usanze o per nazionalità, siamo uniti nelle nostre chiamate nel sacerdozio.
Come detentori del sacerdozio siamo stati messi sulla terra in tempi difficili. Viviamo in un mondo complesso, dove in ogni angolo si trovano correnti e conflitti. Macchinazioni politiche rovinano la stabilità delle nazioni, i despoti lottano per acquisire il potere e certe porzioni della società sembrano per sempre oppresse, private di ogni possibilità di progredire, afflitte da un senso di fallimento.
Noi che siamo stati ordinati al sacerdozio di Dio possiamo fare qualcosa. Quando ci qualifichiamo per godere dell'aiuto del Signore possiamo rafforzare i giovani, possiamo sostenere gli uomini, possiamo compiere miracoli al Suo santo servizio. Le occasioni che abbiamo sono innumerevoli.
Anche se questo compito sembra immane, siamo confortati da questa verità: «La forza più grande in questo mondo oggi è il potere di Dio che opera tramite l'uomo». Se stiamo svolgendo la missione affidataci dal Signore, abbiamo diritto al Suo aiuto. Questo aiuto divino, tuttavia, è condizionato dalla nostra dignità. Per attraversare sani e salvi il mare della vita terrena, per andare in soccorso degli uomini, abbiamo bisogno della guida dell'Eterno Navigatore, del Grande Geova. Noi dobbiamo sforzarci, per ricevere l'aiuto divino.
Le nostre mani che si protendono per chiedere aiuto sono pure? Il nostro cuore che anela a questo aiuto è puro? Guardando indietro, attraverso le pagine della storia, troviamo una lezione sulla dignità nelle parole di re Dario, ormai in punto di morte. Dario, con tutto il rituale stabilito era stato riconosciuto legittimo re d'Egitto. Il suo rivale, Alessandro il Grande, era stato dichiarato figlio legittimo di Ammon. Anch'egli era faraone. Alessandro, trovando lo sconfitto Dario in punto di morte, gli pose le mani sul capo per guarirlo, comandandogli di alzarsi e riprendere il suo potere regale, concludendo poi così: «Ti giuro, Dario, per tutti gli dèi, che io faccio queste cose con sincerità e senza frode». Dario rispose con un gentile rimprovero: «Alessandro, ragazzo mio . . . pensi di poter toccare il cielo con quelle tue mani?»2
Una lezione ispirata si apprende da un articolo intitolato «Viewpoint», pubblicato qualche tempo fa da Church News. Consentitemi di citarlo:
«Ad alcuni può sembrare strano di vedere navi di molte nazioni caricare e scaricare le loro mercanzie sui moli di Portland, nell'Oregon. Questa città si trova a 160 chilometri dall'oceano. Per arrivarci è necessario superare attraverso un varco spesso turbolento nel banco di sabbia che chiude l'estuario del Fiume Columbia, e una lunga navigazione per risalire prima il Fiume Columbia e poi il Fiume Willamette.
Ma ai comandanti delle navi piace attraccare a Portland. Sanno che navigando sulle acque dell'oceano un piccolo mollusco marino chiamato dente di cane si attacca alla chiglia e là rimane per il resto della sua vita, circondato da un guscio duro come la roccia. E man mano che cresce il numero di questi denti di cane, cresce anche l'attrito della chiglia con l'acqua, per cui il progresso della nave è rallentato e la sua efficienza diminuita.
Periodicamente la nave deve entrare in un bacino di carenaggio dove, con grandi sforzi, i denti di cane sono eliminati a colpi di scalpello. È un procedimento difficile e costoso che tiene immobilizzata la nave per molti giorni.
Ma questo non è necessario se il capitano può portare la sua nave a Portland. I denti di cane non possono vivere nell'acqua dolce. Perciò nelle dolci, fresche acque dei fiumi Willamette o Columbia, il dente di cane si stacca e cade sul fondo e la nave ritorna a svolgere il suo lavoro alleggerita e rinnovata.
I peccati sono come il dente di cane. Quasi nessuno riesce a passare attraverso questa vita senza raccoglierne qualcuno. Questi denti di cane ci appesantiscono, rallentano il nostro progresso, diminuiscono la nostra efficienza. Se non ci pentiamo, ammucchiandosi l'uno sull'altro essi alla fine potranno farci affondare.
Nel Suo infinito amore e misericordia il nostro Signore ci ha fornito un porto dove, mediante il pentimento, i denti di cane da noi raccolti possono essere rimossi e dimenticati. Con la nostra anima alleggerita e rinnovata, possiamo allora continuare a svolgere efficacemente il nostro lavoro e il Suo».3
Il sacerdozio rappresenta un grande esercito di rettitudine, un esercito regale. Siamo guidati da un profeta di Dio. Il comando supremo è affidato al nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Gli ordini sono chiari; sono concisi. Matteo descrive il nostro impegno con queste parole dette dal Maestro: «Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro d'osservar tutte quante le cose che v'ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente».4
«E quelli se ne andarono a predicare dappertutto, operando il Signore con essi».5
La chiamata a servire ha sempre caratterizzato il lavoro del Signore. Raramente viene in un momento più comodo. Incoraggia l'umiltà, spinge alla preghiera, ispira all'impegno. La chiamata venne: a Kirtland. Le rivelazioni seguirono. La chiamata venne: al Missouri. Le persecuzioni prevalsero. La chiamata venne: a Nauvoo. Il profeta morì. La chiamata venne: al bacino del Grande Lago Salato. Le difficoltà erano in attesa.
Quel lungo viaggio, compiuto in circostanze tanto difficili, fu una prova di fede. Ma la fede, forgiata nella fornace della tribolazione e delle lacrime, è contrassegnata dalla fiducia e dalla testimonianza. Soltanto Dio può contare i sacrifici; soltanto Egli può misurare i dolori; soltanto Egli conosce i sentimenti del cuore di coloro che Lo servono, allora come ora.
Le lezioni del passato possono ravvivare i nostri ricordi, commuoverci e dirigere le nostre azioni. Siamo indotti a fare una pausa e a ricordare la divina promessa: «E pertanto . . . state svolgendo un incarico del Signore; e qualsiasi cosa facciate secondo la volontà del Signore, è affare del Signore».6
Molti in questa vasta congregazione di detentori del sacerdozio, portano il Sacerdozio di Aaronne: diaconi, insegnanti e sacerdoti. Cari giovani, voi imparate alcune lezioni di vita dai vostri genitori, mentre altre le imparate a scuola o in chiesa. Vi sono tuttavia alcuni momenti in cui voi sapete che il nostro Padre celeste svolge l'insegnamento e che voi siete i Suoi studenti. I pensieri che abbiamo, i sentimenti che proviamo, anche le azioni che compiamo durante la fanciullezza possono influire per sempre sulla nostra vita.
Quand'ero diacono mi piaceva giocare a baseball. Anzi mi piace ancor oggi. Avevo un guanto da baseball con su impresso il nome Mel Ott. Era il più famoso campione di quel tempo. Io e i miei amici solevamo giocare in un piccolo vicolo dietro le case dove abitavamo. Il nostro campo da gioco era piuttosto piccolo, ma andava bene lo stesso, a condizione che si colpisse la palla in modo da mandarla verso il centro. Tuttavia se si colpiva la palla mandandola a destra, il disastro era sicuro. Là viveva la signora Shinas, che dalla finestra della sua cucina ci osservava giocare e quando la palla andava a finire nella sua veranda il suo grosso cane l'afferrava con le zanne e gliela portava appena ella apriva la porta. La signora Shinas allora aggiungeva la palla alle molte altre che aveva precedentemente confiscato. Era la nostra nemesi, la distruttrice del nostro divertimento, la piaga della nostra esistenza. Nessuno di noi aveva una parola buona da dire sulla signora Shinas, ma avevamo molti insulti da rivolgerle. Nessuno di noi le parlava, né ella parlava mai a noi. Era afflitta da una gamba rigida che le impediva di camminare normalmente e che certo le causava molto dolore. Ella e suo marito non avevano figli. Conducevano una vita solitaria e raramente uscivano di casa.
Quella guerra privata continuò per qualche tempo, forse due anni, poi un disgelo ispirato fece sciogliere il ghiaccio dell'inverno e portò una primavera di buoni sentimenti in quella situazione di stallo.
Una sera, mentre svolgevo il mio solito compito quotidiano di annaffiare il prato davanti alla nostra casa, tenendo l'estremità del tubo in mano come si usava a quel tempo, notai che il prato della signora Shinas era secco e cominciava a diventare marrone. Onestamente non so cosa mi prese, ma dedicai al mio compito alcuni minuti in più e, usando il nostro tubo, annaffiai il suo prato. Continuai a farlo per tutta l'estate: poi venne l'autunno. Con il getto d'acqua che usciva dal tubo liberai il suo prato dalle foglie secche, come facevo con il nostro, e le ammucchiai in mucchietti ordinati lungo l'orlo della strada perché fossero bruciate o portate via. Durante l'estate non avevo mai veduto la signora Shinas. Noi ragazzi avevamo da qualche tempo smesso di giocare a baseball nel vicolo. Avevamo esaurito la provvista di palle e non avevamo il denaro necessario per acquistarne altre.
Una sera la signora Shinas aprì la porta e mi fece segno di saltare la piccola siepe che divideva i nostri giardini per raggiungerla nella veranda. Accettati l'invito. Dalla veranda ella mi invitò nel soggiorno, dove mi chiese di sedermi in una comoda poltrona. Mi servì latte e biscotti, poi andò in cucina e ritornò con uno scatolone pieno di palle da baseball, frutto di numerose stagioni di confisca, e me la consegnò. Il dono tuttavia non fu la scatola piena di palle, ma piuttosto le sue parole. Vidi per la prima volta un sorriso illuminarle il volto. Poi ella disse: «Tommy, voglio darti queste palle e voglio ringraziarti per essere stato gentile con me». La ringraziai di tutto, e quando uscii dalla casa ero un ragazzo migliore di quando vi ero entrato. Non eravamo più nemici. Ora eravamo amici. La «Regola d'Oro» aveva di nuovo compiuto un miracolo.
Padri, vescovi, consulenti di quorum, vostra è la responsabilità di preparare questa generazione di missionari, di ravvivare nel cuore di questi diaconi, insegnanti e sacerdoti non soltanto la consapevolezza del loro obbligo di servire, ma anche la conoscenza delle occasioni e delle benedizioni che li aspettano grazie a una chiamata in missione. Il lavoro è impegnativo, gli effetti eterni. In questo nostro tempo non ci possono essere obiettori di coscienza nell'esercito del Signore.
Ogni missionario che risponde alla sacra chiamata diventa servitore del Signore, di Cui è veramente il lavoro che svolgiamo. Non temete, giovani uomini, poiché Egli sarà con voi. Egli non verrà mai meno. Egli ha promesso: «Andrò davanti al vostro volto. Sarò alla vostra destra e alla vostra sinistra, e il mio Spirito sarà nel vostro cuore e i miei angeli tutt'attorno a voi per sostenervi».7
Fratelli, non c'è modo di sapere quando ci capiterà il privilegio di allungare la mano per aiutare qualcuno. La strada che porta a Gerico che ognuno di noi deve percorrere non ha un nome, e lo stanco viandante che ha bisogno del nostro aiuto può essere uno sconosciuto. Troppo spesso chi riceve un atto di bontà non sa esprimere i propri sentimenti, e noi siamo così privati di un esempio di grandezza d'animo e di un'espressione di gentilezza che ci spingerebbe a procedere innanzi e a fare altrettanto.
Duemila anni fa Gesù di Nazaret sedette accanto a una fonte della Samaria e parlò con una donna che si trovava là: «Gesù . . . le disse: Chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo;
Ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò, diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna».8
Se vi è qualcuno che pensa di essere troppo debole per cambiare il corso della sua vita, se vi è qualcuno che non riesce a promettere a se stesso di fare meglio proprio a motivo del più grande dei timori, il timore del fallimento, non c'è rassicurazione più consolante di quella espressa dalle parole del Maestro: «La mia grazia basta a tutti gli uomini che si umiliano dinanzi a me; poiché, se si umiliano dinanzi a me ed hanno fede in me, allora farò in modo che le cose deboli divengano forti per loro».9
Mediante l'umile preghiera, la preparazione diligente, il fedele servizio, possiamo avere successo nelle nostre sacre chiamate.
Ricordate come i comandanti delle navi appesantite dal dente di cane risalivano contenti le dolci acque dei Fiumi Columbia e Willamette per liberarsi di quegli impedimenti al loro progresso? Dunque anche noi, nella nostra vita privata e nel nostro lavoro al servizio del Signore, liberiamoci dei denti di cane del dubbio, dell'indolenza, del timore, del peccato navigando sulle acque vive del vangelo di Gesù Cristo. Conosciamo il loro nome: fede, preghiera, carità, obbedienza e amore-- soltanto per indicarne alcune. La luce del Signore Gesù Cristo indica la via. Il Suo faro ci guiderà lungo la rotta che ci porterà alla gloria celeste.
Siamo dunque saggi marinai nel compiere questo viaggio. Siamo puri al cospetto del Signore. Riconosciamo e rispondiamo ai bisogni della vedova, al grido del fanciullo, alla richiesta di chi è senza lavoro, all'ammalato gravato dal suo fardello, a chi è costretto a stare in casa, agli anziani, ai poveri, agli affamati, agli storpi e a chi è dimenticato. Essi sono ricordati dal nostro Padre in cielo e dal Suo beneamato Figliuolo Gesù Cristo. Possiamo dunque io e voi seguire il loro esempio divino. La pace celeste sarà allora la nostra benedizione. Nel nome di Gesù Cristo. Amen.
NOTE
1. «Come, All Ye Sons of God», Hymns, No. 322; testo di Thomas Davenport.
2. Citato da Hugh Nibley in Abraham in Egypt (1981), 192.
3. «Harbor of Forgiveness», Church News, 30 gennaio 1988, 16.
4. Matteo 28:19, 20.
5. Marco 16:20.
6. DeA 64:29.
7. DeA 84:88.
8. Giovanni 4:1314.
9. Ether 12:27.